Suicidio assistito: progresso o resa

di Chiara Valcepina*
Nello scorso autunno, nel Consiglio Regionale della Lombardia, siamo stati chiamati a pronunciarci sul Progetto di Legge di iniziativa popolare "Procedure e tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale" presentato dall'"Associazione Luca Coscioni", che aveva raccolto 8.000 firme a sostegno del Progetto di Legge. A parte la breve "relazione illustrativa", il testo di legge si componeva di 6 articoli succinti, compreso quello specificamente "tecnico" relativo alla clausola di invarianza finanziaria, concentrati in 2 pagine. Soprattutto, già ad una prima lettura risultavano evidenti alcuni gravi criticità: i tempi manifestamente troppo ristretti, 20 giorni in tutto, fra la presentazione dell'istanza di accesso al suicidio assistito e la somministrazione del trattamento letale, la mancanza di ogni riferimento riguardante l'offerta delle cure palliative, prerequisito necessario anche per la Sentenza 242/2019, l'assenza di un articolo che riconoscesse e regolasse il diritto all'obiezione di coscienza, le carenze relative alla composizione della Commissione medica multidisciplinare permanente che, secondo il progetto di legge, avrebbe dovuto verificare “la sussistenza delle condizioni di accesso e le migliori modalità di esecuzione del suicidio assistito”. Questa evidente trascuratezza nell'elaborazione del testo mi è sembrata un'eloquente testimonianza del fatto che, a dispetto delle motivazioni altamente umanitarie rivendicate dai suoi presentatori, la finalità della legge non fosse quella di fornire un accurato, per quanto discutibile, sostegno alla scelta di persone in condizione di grave sofferenza, ma l'affermazione di una visione ideologica volta a rivendicare un astratto principio di autodeterminazione. Che non si sia trattata soltanto di una mia convinzione personale, lo prova il fatto che perfino coloro che erano favorevoli all'approvazione del PdL, prima della discussione in aula, abbiano presentato diversi emendamenti finalizzati a correggerne, per quanto possibile, le lacune più evidenti.
Tutti i gruppi consiliari della maggioranza, pur nella diversità delle convinzioni riguardanti la legittimità di una legge sul suicido assistito, hanno concordemente ritenuto che introdurre una legge su questo tema esulasse dalle prerogative regionali, ma fosse eventualmente di competenza esclusiva del Parlamento nazionale, e si è quindi deciso di avanzare una pregiudiziale di incostituzionalità da sottoporre al voto del Consiglio Regionale. Prima della discussione in aula, durante tutto il mese di ottobre si sono susseguite numerose audizioni, nel corso delle quali sono stati ascoltati costituzionalisti, esperti di Diritto Penale e di Bioetica, medici ed operatori specializzati nelle cure palliative, psicologi e i rappresentanti di diverse associazioni. Tutti gli aspetti che entrano in gioco nella questione cruciale e drammatica del suicido assistito sono stati trattati con grande competenza e profondità. Come avvocato, ho ascoltato con grande attenzione ed interesse le relazioni dei costituzionalisti e dei giuristi, ma quello che mi ha umanamente più colpito è stato il racconto delle esperienze di chi ha prestato assistenza a tanti malati terminali, che attraverso la vicinanza, il sostegno e l'accompagnamento compassionevole di medici, infermieri, psicologi, e soprattutto degli affetti più cari, hanno trovato non soltanto sollievo alle loro sofferenze, ma hanno colto, proprio alla fine della loro vita, il senso più profondo e più vero della loro esistenza.
La partecipazione alle audizioni ha rafforzato, a prescindere della mia convinzione personale e morale sull'illiceità del suicidio assistito, il mio giudizio giuridico e politico dell'incostituzionalità del Progetto di Legge regionale in esame.
Occorre innanzitutto sottolineare che la Sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale non ha riconosciuto un diritto al suicidio assistito, ma si è limitata ad escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio all'interno di un perimetro penale ben definito. La Corte Costituzionale ha stabilito che l'aiuto al suicidio non è perseguibile penalmente solo in presenza di precisi presupposti: quando una persona abbia formato in modo autonomo e libero il proposito di togliersi la vita, sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, sia affetta da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, ma sia comunque capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il punto fondamentale è dunque che la Sentenza della Consulta non ha introdotto un diritto positivo al suicidio assistito, né ha imposto al Servizio Sanitario Nazionale l'obbligo di fornire il farmaco letale.
In questo quadro, la scelta di introdurre un nuovo diritto, tanto più un diritto che tocca la dimensione più intima della persona, il suo destino di vita e di morte, andando ad intaccare il più fondamentale di tutti i diritti, l'inviolabilità della vita umana, spetta esclusivamente al legislatore nazionale. Se il Parlamento non si è pronunciato su questa materia non è alle Regioni che spetta il compito di legiferare, al contrario è necessario rispettare il ruolo del legislatore nazionale, affinché possa garantire la stessa tutela e gli stessi diritti a tutti i cittadini italiani. In questo senso è fondamentale ricordare che la stessa Corte nella sentenza 242/2019, in riferimento al tema dell'obiezione di coscienza, ha chiarito, oltre ogni dubbio, che "la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita ad escludere la punibilità dell'aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere in capo ai medici". Non vi è quindi, né nelle parole della Corte, né nei principi costituzionali che vengono richiamati, alcun dovere per il Servizio Sanitario Nazionale di fornire la prestazione del suicidio assistito.
Inoltre, il fatto stesso che, in questo passaggio del dispositivo della 242/2019, la Consulta evochi il tema dell'obiezione di coscienza senza affrontarlo direttamente, motivando questa "omissione" con la sottolineatura che la Sentenza riguarda solo la non punibilità penale dell'assistenza al suicidio nei casi circoscritti già ben delimitati, è una prova evidente che questa Sentenza non è una legge che abbia introdotto alcun diritto al suicidio assistito. Nella seduta del 19 novembre 2024 il Consiglio Regionale ha accolto la pregiudiziale di incostituzionalità con 43 voti favorevoli e 34 contrari. Come gruppo consiliare di Fratelli d'Italia eravamo pienamente consapevoli di avere ottenuto un risultato significativo ma non certo risolutivo. Innanzitutto, sapevamo bene che, se la maggioranza del Consiglio non si fosse accordata per porre la pregiudiziale di incostituzionalità, vi sarebbe stato il rischio concreto che il Progetto di Legge dell'associazione Coscioni, magari con qualche emendamento per edulcorarlo e renderlo meno ideologico e disumano, avrebbe avuto concrete possibilità di essere approvato.
Non potevamo però nemmeno immaginare quello che era accaduto a nostra insaputa, proprio mentre il Consiglio Regionale esaminava nelle audizioni, per poi votarla in aula, la pregiudiziale di incostituzionalità. Con un decreto emanato il 19 settembre la Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia ha costituito, senza informare né il Consiglio Regionale né gran parte della Giunta, un "Tavolo regionale per lo studio e l'approfondimento dei tempi posti in essere dalla sentenza della Corte Costituzionale 242/2019 con il compito di individuare un percorso di attuazione del suicido medicalmente assistito". Questo "Tavolo” aveva svolto il suo compito con insolita rapidità, riunendosi tre volte fra novembre e dicembre. In seguito, una donna di 50 anni malata di sclerosi multipla progressiva, dopo aver ottenuto il riconoscimento, da parte del Comitato Etico, di essere in possesso dei 4 requisiti fissati dalla Sentenza 242/2019 per definire il perimetro entro il quale si configura la non punibilità dell'aiuto al suicidio, con la prescrizione stilata dal proprio medico di fiducia, ha ottenuto la fornitura del farmaco letale da parte dell'ASST FatebenefratelliSacco, procedendo poi all'autosomministrazione e dandosi così la morte. Dopo aver appreso dalla lettura di alcuni articoli di giornale quanto era accaduto, come gruppo consiliare di Fratelli d'Italia, abbiamo chiesto, che l'assessore al Welfare Bertolaso verificasse la veridicità di quanto riferito dalla stampa e, soprattutto, se fossero state emanate delle disposizioni dirigenziali in contraddizione con quanto era stato deciso dal Consiglio Regionale con il voto del 19 novembre. La risposta è stata data personalmente dal Presidente della Regione Fontana nella seduta del Consiglio Regionale del 11 marzo scorso. Fontana ha voluto precisare che il Servizio Sanitario Regionale non era stato coinvolto nella procedura di autosomministrazione, ma ha confermato che il farmaco letale era stato fornito dall'Azienda Socio-Sanitaria Territoriale competente. La nostra risposta a queste dichiarazioni è stata molto chiara. Abbiamo ribadito che non esiste alcun diritto al suicidio medicalmente assistito, e quindi non solo non vi era alcun obbligo che il Servizio Sanitario Regionale fornisse il farmaco, ma che questa scelta era in aperta contraddizione con la decisione presa dal Consiglio Regionale, concludendo con il fermo invito a non procedere oltre su questa linea di condotta inaccettabile.
Nello scorso febbraio il Consiglio Regionale della Toscana ha approvato un Progetto di Legge presentato dall'Associazione Coscioni, il cui contenuto è sostanzialmente analogo, con qualche piccola modifica, a quello di cui abbiamo votato la pregiudiziale di incostituzionalità in Regione Lombardia. Siamo convinti che il Governo impugnerà questa legge della Regione Toscana di fronte alla Corte Costituzionale, che, a sua volta, senza dubbio, la boccerà. In quasi tutte le Regioni italiane sono state presentate leggi simili, con l'eccezione della Sicilia, del Molise e del Trentino Alto-Adige. La Regione Piemonte nel marzo 2024 ci aveva anticipato votando la pregiudiziale di incostituzionalità. È evidente, comunque, come si stia esercitando una fortissima pressione per arrivare all'approvazione da parte del Parlamento nazionale di una legge che introduca il diritto al suicidio medicalmente assistito.
Ci dobbiamo dunque preparare ad una battaglia culturale e politica decisiva, nella quale è in gioco la fondamentale questione antropologica del valore stesso della vita umana. Una legge che permettesse il suicidio assistito metterebbe infatti in discussione e relativizzerebbe radicalmente il principio dell'indisponibilità e dell'inviolabilità della vita umana, il bene primario, presupposto di ogni altro bene, inclusa la libertà, che non è assoluta ma seconda e relativa alla vita, di cui è chiamata a prendersi cura per il proprio stesso bene. Negare il diritto al suicidio assistito non è una forma di ingiustizia o di limitazione della libertà, ma un principio irrinunciabile di tutela e difesa della persona, specialmente nelle situazioni di fragilità e vulnerabilità. La tragica decisione di suicidarsi è una realtà che appartiene all'esercizio della libertà personale, ma lo Stato non può riconoscere un "diritto a morire", a cui seguirebbe necessariamente il dovere per le istituzioni di concorrere attivamente ad attuare le condizioni per l'esercizio di tale diritto, venendo meno e contraddicendo, in tal modo, il più essenziale ed ineludibile dei suoi doveri, cioè la tutela della vita di ogni persona.
La vita umana porta con sé, in ogni istante, dal primo all'ultimo respiro, una dignità intrinseca ed assoluta che la rende sempre preziosa e degna di essere vissuta. Non si tratta solo di una convinzione religiosa, ma di un principio cardine del diritto naturale, riconosciuto dalla stessa Costituzione Italiana, che pone proprio la dignità della persona come valore fondante e inviolabile, in qualunque condizione e circostanza, anche nelle situazioni più drammatiche e difficili. Di fronte a chi propone di introdurre nel nostro ordinamento il suicidio assistito dobbiamo innanzitutto evidenziare e far comprendere all'opinione pubblica le inevitabili conseguenze sociali, culturali e morali di questa scelta. Una tale legge trasformerebbe radicalmente la visione universalmente condivisa della inviolabilità di ogni vita e della dignità di ogni persona, spingendoci verso una concezione antropologica nefasta ed esiziale, in cui il valore di una vita non verrebbe misurato secondo il criterio della dignità intrinseca ed assoluta che possiede, ma sulla capacità della persona di essere autosufficiente, indipendente, utile e non problematica. Non possiamo accettare che queste proposte vengano presentate come scelte di libertà, o come affermazione di un diritto civile. Il rischio molto concreto che queste leggi introducono è enorme, esse promuovono implicitamente l'idea che una vita segnata dalla sofferenza non sarebbe più degna di essere vissuta. È una logica pericolosa e profondamente disumana.
Nel corso della sua audizione, di cui poi ci ha consegnato una documentazione scritta dal titolo estremamente significativo "Il fine vita e il fine della vita", don Alberto Frigerio, docente universitario di bioetica, ha citato le parole profetiche che Cicely Saunders, fondatrice dell'Hospice Movement e paladina delle cure palliative, scrisse in una sua lettera del 1993: "Dovesse passare una legge che permettesse di portare attivamente fine alla vita su richiesta del paziente, molte delle persone "dipendenti" sentirebbero di essere un peso per le loro famiglie e la società e si sentirebbero in dovere di chiedere l'eutanasia. Ne risulterebbe come conseguenza grave una maggiore pressione sui pazienti vulnerabili per spingerli a questa decisione privandoli così della loro libertà". Una drammatica conferma di questa previsione la troviamo nell'esperienza concreta di quelle nazioni, come il Belgio e l'Olanda, che hanno aperto, in modo inizialmente limitato, la strada al suicido assistito. In breve tempo queste realtà hanno dimostrato la veridicità della "teoria del piano inclinato" ("slippery slope" lett. "china scivolosa"): ciò che inizialmente era stato previsto solo per alcuni casi eccezionali e rari, oggi si è esteso drammaticamente a situazioni sempre più ordinarie e comuni. Persone con sofferenze psicologiche, depressione, disagi esistenziali, condizioni di non autosufficienza non terminali, oggi vengono facilmente indirizzate verso la morte volontaria come soluzione ordinaria, creando così una società in cui il valore della vita umana viene costantemente relativizzato. In Olanda si è arrivati fino all'estremo di discutere una legge sul "Suicido assistito per vita completata", per la quale erano richiesti esclusivamente 2 requisiti: 75 anni di età e la volontà di morire.
Per fronteggiare questa deriva disumana dobbiamo ribadire con forza che la risposta alla sofferenza non è e non può mai essere la morte, ma l'accompagnamento umano e solidale. La sofferenza è una realtà che non si può eliminare completamente dalla vita umana, ma che si può e si deve affrontare con la forza della solidarietà e della vicinanza. Il dolore acquista senso solo quando è condiviso, accompagnato e sostenuto. In questa dimensione di relazione autentica e di vicinanza umana risiede la capacità della nostra società di riconoscere la dignità della vita in ogni condizione, fino all'ultimo respiro, dando senso e valore anche alle situazioni di massima fragilità. Una società che sceglie la morte invece dell'accompagnamento è una società che rinuncia alla sua vocazione più umana e solidale.
In Italia la legge 38 del 2010 ha sancito il diritto di ogni cittadino a ricevere le cure palliative ed il dovere del Servizio Sanitario Nazionale di organizzare le Reti di cure palliative, che nel 2017 sono state inserite nei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) fissati dallo Stato. In seguito, un emendamento alla legge ha introdotto l'obbligo per le Regioni di raggiungere, entro il 2028, il soddisfacimento del 90% del bisogno di cure palliative, anche se purtroppo, a 15 anni dall'approvazione della legge 38, siamo ad una media nazionale ancora inferiore al 40% del fabbisogno. Come è scritto nel prezioso opuscolo informativo "L'eutanasia non è la soluzione" redatto dal network associativo "Ditelo sui tetti" e dal "Centro Studi Livatino", le cure palliative assicurano le cure più appropriate, in particolare quando l'evoluzione di una malattia inguaribile porta la persona che ne soffre nella fase propriamente finale: evitano ogni forma di accanimento terapeutico, rispettano i desideri del malato, valorizzano la relazione di cura in una forma di alleanza terapeutica che permette di garantire la dignità del vivere ultimo e del morire.
Vi è infine un altro aspetto decisivo che ritengo debba essere chiarito con forza e determinazione. È molto frequente sentire ripetere da numerosi esponenti politici, che spesso ricoprono ruoli di grande rilievo politico ed istituzionale, il mantra ipocrita che il fine vita sarebbe un tema che attiene alla libertà di coscienza e che quindi si dovrebbe lasciare spazio ad una libera scelta personale. Questa posizione non regge affatto: quale tema è più politico e pubblico della tutela della vita e della dignità umana? Quale è il senso e il compito primario della politica se non quello di proteggere e custodire ogni cittadino, specialmente quando è più debole, vulnerabile, fragile ed indifeso? Non esiste una vera neutralità politica quando è in gioco la vita umana. Nascondersi dietro alla libertà di coscienza è già compiere una scelta e prendere una posizione che, di fatto, spalanca le porte alla logica disumana della morte procurata.
Il nostro dovere politico è oggi quello di difendere a viso aperto e con coraggio la vera libertà, che non è quella falsa e tragica che offre la morte come soluzione alla sofferenza, ma quella autentica ed umana che offre vicinanza, sostegno, cura ed amore. Dobbiamo restituire alla nostra società il volto umano, civile e solidale che permette ad ogni persona di sentirsi amata, accolta e sostenuta fino all'ultimo istante. Questa è la nostra battaglia politica, etica e culturale: una società che riconosce la vita come valore assoluto ed inviolabile, in cui nessuno debba mai scegliere la morte per disperazione o per vergogna, ma possa sempre sentirsi dignitosamente sostenuto fino al compimento naturale della propria vita.
* consigliere regionale Lombardia (FdI).
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