KFC halal: una guerra santa economica, ma anche culturale 

 

 

di Atilio Faoro

Avenir de la Culture – 17 gennaio 2026 / Quello che stiamo vivendo oggi non è né un semplice adeguamento commerciale né un'innocente strategia di diversificazione. A partire dal 21 gennaio 2026, 24 ristoranti KFC in Francia – sui 404 che la catena conta nell'Esagono – proporranno un'offerta composta esclusivamente da pollo certificato halal.

KFC, simbolo stesso del fast food occidentale universale, è sempre stato uno spazio neutro di consumo. Ci si andava senza pensarci, con i colleghi o con la famiglia, senza che ciò influenzasse le proprie convinzioni, le proprie tradizioni o il proprio senso di appartenenza a una cultura comune. Oggi, una norma religiosa legata all'Islam – in questo caso espressamente quella del "halal" – si insinua in questo luogo che era culturalmente neutro. Non si tratta di un dettaglio di marketing: è il segno di una profonda trasformazione del contesto sociale e culturale del nostro Paese.

Vi viene spiegato che questa evoluzione mira ad "accompagnare il mercato" e a "soddisfare una domanda crescente". Si invoca il rispetto della diversità. Ma il risultato è chiaro: un regime alimentare d’impronta religiosa diventa un riferimento dominante in uno spazio pubblico popolare, condiviso da popolazioni che non si riconoscono in questo rito.

La decisione di KFC di convertire una parte dei suoi ristoranti a un'offerta esclusivamente halal non è quindi né aneddotica né marginale. È un segnale forte, inquietante, rivelatore di un cambiamento civile che sta avvenendo sotto i nostri occhi, nell'indifferenza generale e talvolta persino tra gli applausi di coloro che si rifiutano ostinatamente di vedere oltre la comoda argomentazione del «mercato».

Perché guardiamo in faccia la realtà. KFC non è né un ristorante comunitario né una bottega di quartiere che soddisfa una clientela particolare. È una catena di massa, una delle più potenti del paese, presente ovunque e frequentata da milioni di francesi di ogni origine, convinzione ed età. Quando un marchio del genere decide che, in decine di ristoranti, la norma alimentare sarà d'ora in poi dettata da un rito religioso islamico, non si tratta più di un'opzione tra le altre: è una norma che viene imposta, senza dibattito, senza consenso esplicito, senza chiara informazione al consumatore.

Vi diranno che questa decisione è "guidata esclusivamente da motivi commerciali". È proprio qui che sta la menzogna. Il commercio non è mai neutrale quando plasma le abitudini quotidiane. Ciò che mangiate, dove mangiate e in quale contesto simbolico lo fate contribuisce alla costruzione di un mondo comune. Introdurre il halal nei luoghi di consumo di massa non significa semplicemente rispondere a una domanda: significa abituare, normalizzare e imporre progressivamente una norma religiosa nello spazio pubblico ordinario.

La decisione di KFC non è un atto isolato. La stessa dinamica è all'opera in altre catene di fast food - Quick, Five Guys, Popeyes - dove l'offerta halal si diffonde con il pretesto di "rispondere alla domanda".

Non si tratta quindi solo di una scelta del consumatore o di una preferenza individuale. Si tratta di un cambiamento sociale strutturale, perché ciò che viene servito nei luoghi di consumo di massa contribuisce direttamente a plasmare le norme collettive. Quando le pratiche alimentari influenzano in modo duraturo le abitudini quotidiane, cessano di essere neutre: diventano un vettore di normalizzazione religiosa implicita.

E per comprendere la gravità di questo fenomeno, bisogna ascoltare coloro che studiano questo mercato da decenni. L'antropologa Florence Bergeaud-Blackler avverte con una lucidità che disturba: "L'estensione dell'halal equivale all'estensione della norma religiosa islamica: è una forma di proselitismo attraverso il mercato".

Non è una formula simbolica: spiega che ciò che viene chiamato «halal» non è solo un modo di macellare o di certificare gli alimenti. È una norma religiosa che si impone nel settore dei beni di consumo, creando quello che potremmo chiamare un nuovo standard culturale.

Lei osserva che questo mercato non è nato da una tradizione immutabile, ma si è costruito di recente, a partire dagli anni '80: un'alleanza tra il capitalismo di mercato globalizzato e le correnti dell'islamismo fondamentalista. In questa logica, "vincere sul mercato significa condurre una guerra santa economica, ma anche culturale", afferma, perché ciò contribuisce a ordinare la società attorno a norme religiose specifiche.

Nelle sue parole, riprese dalla stampa, «l'halal è una norma religiosa che esclude» – una norma che, quando si infiltra in luoghi di consumo banali come i fast food, cambia la percezione di ciò che è normale e accettabile in una società.

Non si tratta quindi di una «semplice offerta commerciale». È una strategia culturale che si impone con la forza del mercato, senza dibattito democratico, senza deliberazione collettiva, semplicemente perché gli attori economici vi trovano vantaggio. E nel frattempo, lo spazio simbolico della nazione francese viene trasformato silenziosamente.

A poco a poco, sono le norme religiose islamiche a diventare evidenti, non perché siano state discusse o accettate, ma perché sono integrate come semplici "opzioni di consumo" nei nostri luoghi pubblici. Questo cambia la dinamica civile: ciò che era facoltativo diventa familiare, ciò che era privato diventa pubblico.

E non dobbiamo illuderci: questo movimento fa parte di una guerra di conquista ideologica. Una guerra silenziosa, non armata, ma efficace, perché agisce all'interno delle nostre abitudini e dei nostri comportamenti ordinari. Dove pensavate di andare per un pasto banale, ora vi trovate di fronte a una norma religiosa che struttura l'offerta e, progressivamente, le mentalità.

Questo cambiamento non sarebbe mai stato possibile senza anni di irresponsabilità, codardia e complicità passiva da parte delle autorità francesi. Per paura del conflitto, per ossessione del "vivere insieme" svuotato di ogni esigenza, hanno lasciato che fosse il mercato a decidere su questioni che in realtà riguardano la civiltà, la cultura, il buon senso.

È ora di dire basta. È ora di rifiutare che la Francia venga trasformata a piccoli bocconi con il pretesto del marketing. È ora di ricordare che non tutto è negoziabile, che non tutto può essere soggetto alla sola legge del profitto, soprattutto quando si tratta di norme religiose che ridisegnano in profondità il nostro modo di vivere insieme.

Questa lotta non è contro le persone. È per una civiltà. Per il diritto dei francesi a non vedere la loro vita quotidiana rimodellata senza il loro consenso. Se oggi restiamo in silenzio, se accettiamo questa fase senza reagire, allora avremo perso molto più di un menu: avremo lasciato che l'eredità cristiana che struttura la nostra vita comune svanisse.

 

Fonti:


Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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