Una Legge per “Educare il Popolo”? Il Femminicidio secondo il Governo Meloni

 

Immagine generata con intelligenza artificiale (ChatGPT - OpenAI)

 

di Mauro Faverzani

Lo scorso 7 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sul cosiddetto “femminicidio”.

Prevede l’ergastolo per chiunque cagioni la morte di una donna «quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà e comunque l’espressione della sua personalità».

Una normativa di questo tipo rappresenta un assurdo giuridico. Per due motivi.

In primo luogo, l’art. 575 del Codice penale contempla già il reato di omicidio, declinato in ogni sua modalità. Che la vittima sia uomo, donna o bambino, anziano o disabile la pena non può essere inferiore a 21 anni e può giungere sino all’ergastolo, a discrezione del giudice, valutando il caso specifico. Non c’è pertanto alcuna necessità d’inventarsi nuovi reati: il vigente ordinamento giuridico prevede già quanto necessario alla tutela di tutti.

In secondo luogo, introduce un principio chiaramente discriminatorio.

La legge non è più uguale per tutti, perché alla donna in quanto donna viene riconosciuto uno statuto “speciale”, che gli uomini non hanno. E questo non solo giuridicamente, ma anche politicamente, non va bene.

Rappresenta forse un primo, pericoloso cedimento da parte di un governo di Centrodestra all’agenda gender della Sinistra femminista?

Di fronte alla legge tutti devono essere posti sullo stesso piano. Le donne non possono essere superiori agli uomini. E viceversa, ovviamente. Non devono sussistere quindi “specie protette”, caste intoccabili in base a non si sa quali strani privilegi…

Queste discriminazioni confliggono con l’art. 3 della Costituzione italiana, che così recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso».

Il vigente ordinamento giuridico, anche prima di tale modifica, tutelava già i reati a danno delle donne e delle categorie vulnerabili, prevedendo pure aggravanti comuni, in specie per aver agito per motivi abietti e futili. Quindi non v’era alcun bisogno d’inventarsi nuove regole.

L’approvazione del disegno di legge sul femminicidio crea invece un discutibile precedente, perché privilegia il sesso femminile in modo ingiustificato.

Non ce l’abbiamo con le donne, ci mancherebbe! Ma condanniamo qualsiasi disparità di trattamento, specie se immotivata.

Il testo del disegno di legge poi solleva diverse perplessità… Cosa deve intendersi, ad esempio, per “odio” verso una donna? Difficile dirlo. I contorni di un sentimento sono sempre alquanto sfumati e difficilmente inquadrabili da una norma. Affidarne l’interpretazione esclusivamente al giudice di turno è quanto mai arbitrario, opinabile e rischioso. Il pericolo è quello d’imbastire alla fine più che altro un processo alle intenzioni, oltre tutto più supposte che provate. Servirebbe una definizione giuridica oggettiva e vincolante per tutti. Che però non c’è.

Non solo: il testo del disegno di legge parla di «esercizio dei diritti e delle libertà della donna». A cosa si riferisce esattamente? Quali diritti e quali libertà configurano il reato di femminicidio? E quale differenza intercorre giuridicamente tra diritti e libertà? Parla anche di repressione dell’«espressione della sua personalità»: ma anche questa suona come un’affermazione troppo generica. Quale dei variegati aspetti della personalità di una donna prende in considerazione? Il fatto che sia estroversa, che sia introversa, che sia socievole, che sia chiusa, che sia professionalmente competente, che sia superficiale,…? L’elenco potrebbe essere infinito.

La normativa sul “femminicidio” approvata non crea chiarezza, ma alimenta confusione. Appare troppo eterea, generica e pressapochista per poter essere accolta favorevolmente. È così ad ampio spettro che qualsiasi omicidio di donna potrebbe essere tecnicamente e potenzialmente considerato un “femminicidio”…

Perché dunque l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha legiferato in questo modo? Di cosa si tratta? Di un passo falso, di una svista o di un’avvisaglia?

Secondo il ministro della famiglia, Eugenia Roccella, rappresenterebbe il «tentativo di produrre un mutamento culturale». Il che francamente sconcerta e preoccupa. Il fatto cioè che si utilizzi la condanna all’ergastolo come una clava al solo scopo di educare le masse pone completamente al di fuori dalla giurisprudenza, rappresenta un ingiusto uso dello strumento penale e si propone scopi pedagogici propri di uno Stato etico, che voglia ergersi ad autorità suprema, la sola in grado di indicare il fine ultimo al quale dovrebbero tendere le azioni di tutti gli uomini per la realizzazione del loro bene universale. Qualcosa insomma di simile al Leviatano teorizzato da filosofi come Thomas Hobbes, lontano anni luce dalla prospettiva espressa dalla Dottrina sociale della Chiesa.

Una spiegazione plausibile è certamente quella secondo cui il governo avrebbe ceduto alle pressioni delle lobby femministe, al “politicamente corretto”. E questo rappresenterebbe un autogoal clamoroso, che dall’ambito giuridico ci sposta all’ambito politico. Questo governo non è stato votato per seguire i diktat della Sinistra radical-chic.

In politica non conta più di tanto il candidato, bensì ciò che egli rappresenta. E il quotidiano francese Le Monde ha spiegato bene da cosa sia dipeso il successo elettorale di Giorgia Meloni ovvero dal fatto che gli Italiani abbiano riconosciuto in lei la difesa giusta di “Tradizione, Famiglia e valori sociali”.

Dal nostro premier il popolo non si aspetta certo che tuteli il “genderismo” o il “femminismo”, i cui limiti sono stati recentemente ben evidenziati dall’arcivescovo argentino, mons. Héctor Aguer: «Il problema principale del femminismo – ha detto – sta nel suo carattere rivendicativo. La proclamazione dei “diritti” delle donne è vissuta in modo da ignorare l’equilibrio originario, da cui le false soluzioni del divorzio, della contraccezione e della disgregazione della famiglia». Anche con l’aborto, è possibile aggiungere. Viceversa, ha evidenziato ancora mons. Aguer, «il ruolo della donna in quanto moglie e madre, impegnata nell’educazione dei figli, è insostituibile».

È necessario tenere ben presente una valutazione. Al Centrodestra al potere gli Italiani, più in generale, non han chiesto solo di governare. Gli hanno affidato la missione storica di porre un freno alla Rivoluzione. Il che significa combattere per gli Ideali morali, fondati sulla legge naturale e sul Magistero della Chiesa.

Ciò esclude qualsiasi politica “genderista”, oggi divenuta particolarmente e pericolosamente ideologica. Se il femminismo – o “transfemminismo”, come oggi ama chiamarsi – è quello visto in piazza a Napoli lo scorso 8 marzo, dove alcune donne, organizzate nella sigla Non una di meno, hanno sfilato urlando contro il governo Meloni, contro Israele, contro la Chiesa ed agitando cartelli raffiguranti la “Madonna con la pillola abortiva” al posto del Cuore Immacolato, beh, non è certo questo l’elettorato di riferimento dell’esecutivo in carica.

Se le femministe sono quelle che lo scorso 23 novembre a Roma hanno inscenato una manifestazione di odio e pura follia con cori di ultrasinistra, slogan pro Pal, foto del premier Meloni e del ministro Valditara bruciate, proteste a seno nudo al grido di «Ma quale Stato, ma quale Dio, sul mio corpo decido io» ed urla contro un patriarcato inesistente, beh, non è certo questo l’elettorato di riferimento dell’esecutivo in carica.

Il governo Meloni solo abbandonando la galassia diversamente genderista, che non gli appartiene, ed abbracciando i Valori del diritto naturale e della Tradizione, come vita e famiglia - che costituiscono peraltro il suo dna e la sua storia -, potrà costruire una solida base di consenso in grado di affrontare qualsiasi sfida. Perdere credibilità e identità sarebbe il peggior errore ch’esso possa compiere, poiché pregiudicherebbe il futuro non solo della coalizione che lo sostiene, ma dell’intero Paese.

L’approvazione del disegno di legge sul femminicidio rischia di rappresentare purtroppo un passo proprio in questa direzione.

 

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