Da Yalta a Mosca, 1945-2025

Di War Office official photographer - http://media.iwm.org.uk/iwm/mediaLib//21/media-21922/large.jpgThis photograph NAM 234 comes from the collections of the Imperial War Museums., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30906514
di Roberto de Mattei
Lo spettro della conferenza di Yalta aleggia sull’Europa mentre gli osservatori internazionali si interrogano sulla possibilità della fine della guerra tra Russia e Ucraina e sui contenuti di una possibile tregua.
E’ ancora prematuro entrare nel merito delle trattative in corso tra Stati Uniti e Russia, tuttavia l’analogia con gli accordi di Yalta del 1945, più che l’aspetto geopolitico, sembra riguardare il rapporto psicologico tra gli interlocutori. Un vecchio saggio dello storico francese Arthur Conte, Yalta ou le partage du monde. 11 février 1945 (Robert Laffont, 1964, tr. it, Gherardo Casini, 1967) ci aiuta a comprendere una certa similitudine tra i negoziati attuali e quelli che ottant’anni fa si svolsero sul Mar Nero.
Josif Stalin, il vecchio compagno di lotta di Lenin, divenuto padrone di tutte le Russie, fu il protagonista incontrastato dell’incontro che si svolse in Crimea, tra l’11 e il 14 febbraio 1945, tra i leader delle tre potenze vittoriose: Stati Uniti, Inghilterra e Russia. Stalin era un uomo che aveva passato tutta la vita nei complotti, a ordirli o a sventarli. «Banale e pericoloso come un pugnale del Caucaso», disse di lui lo scrittore rivoluzionario Victor Serge. Il dittatore russo giudicava l’Occidente un mondo malato, avviato al declino e alla morte, secondo le teorie di Marx sull’evoluzione della società. Malgrado la sua malattia, il nemico capitalista era però capace di convulsioni finali e per difendersi Stalin era convinto della necessità di creare intorno alle frontiere del suo paese una catena di Stati-cuscinetto. Il dogma dell’accerchiamento lo ossessionava. Da qui l’obiettivo di ottenere, sui confini dell’URSS, la maggiore quantità possibile di zone di protezione, controllando in un modo o nell’altro la maggior parte dell’Europa centrale e orientale.
Stalin temeva Churchill e aveva il suo interlocutore privilegiato nel presidente americano Franklin Delano Roosevelt, giunto malato e indebolito a Yalta. Roosevelt era infermo, da quando, giovanissimo, era stato colpito da poliomelite. Proveniente da una famiglia ricca, era un narcisista che non aveva mai avuto preoccupazioni di denaro e nella sua ricerca del potere non aveva mai affrontato con profondità i problemi importanti del suo tempo. Era giunto a Yalta dominato da due idee: terminare la guerra al più presto possibile ed organizzare una pace duratura. Al di sopra di ogni cosa, nutriva il sogno di essere l’“Uomo della pace” e perciò il più grande uomo di tutti i tempi. Era convinto che il solo modo per arrivare alla pace fosse l’istituzione di una Organizzazione delle Nazioni Unite alla quale la presenza dell’URSS e degli USA avrebbe conferito l’autorità che era mancata, negli anni Trenta, alla disgraziata Società delle Nazioni. Pur di ottenere l’adesione di Stalin al suo progetto, Roosevelt era pronto a pagare qualunque prezzo. La sua opinione superficiale sull’autocrate del Cremlino risulta dalla risposta impaziente che diede all’ambasciatore William Christian Bullitt, che cercava di metterlo in guardia: «Bill, non contesto la logica del tuo ragionamento. Ho solo l’impressione che Stalin non sia quel tipo di uomo. Harry [Hopkins] dice che non lo è e che non vuole altro che sicurezza per il suo paese, e penso che se gli concedo tutto ciò che mi è possibile dargli e non gli domando nulla in cambio, noblesse oblige, lui non cercherà annessioni e collaborerà con me per un mondo di democrazia e pace» (https://time.com/archive/6824640/historical-notes-we-believed-in-our-hearts/). Harry Hopkins, alto dignitario della massoneria, era il principale collaboratore di Roosevelt e sosteneva: «Non c’è dubbio che i Russi amino il popolo americano. Amano gli Stati Uniti. Hanno fiducia negli Stati Uniti più che in qualsiasi altra potenza al mondo».
Roosevelt tornò da Yalta convinto di essere riuscito ad addomesticare Stalin. Eppure le intenzioni di Stalin erano chiare: i paesi baltici facevano già parte integrante dell’Impero sovietico, egli nascondeva a mala pena di voler sovietizzare la Finlandia e la Jugoslavia, teneva in pugno la Bulgaria e un colpo di Stato stava avvenendo in Romania. A Yalta il comunismo internazionale si rese conto dell’ingenuità dell’Occidente. La sovietizzazione dell’Europa orientale, la vittoria di Mao Tse Tung in Cina, la caduta della Corea e dell’Indocina, il muro di Berlino, la conquista di Cuba, derivarono tutti, secondo Arthur Conte, dalla vittoria di Stalin a Yalta. E negli accordi di Yalta si deve anche ricercare la causa e l’ispirazione delle grandi campagne russe del dopoguerra in favore del pacifismo.
Il carattere di Trump e il suo progetto politico sono certamente diversi da quelli di Roosevelt. Cosa pensare però dell’immobiliarista Steve Witkoff, al quale il presidente americano ha affidato l’avvio del delicato negoziato tra Russia e Ucraina? Witkoff è stato intervistato da Tucker Carlson il 21 marzo 2025, per discutere del suo incontro con il presidente russo, avvenuto a Mosca la settimana precedente. Nel corso dell’intervista Witkoff, di fronte a un Carlson quasi commosso, ha riferito che Putin ha commissionato un bellissimo ritratto di Trump al miglior artista russo, e glielo ha dato perché lo portasse al presidente, che ne è stato toccato. Putin gli ha detto inoltre di essere andato in chiesa per pregare per Trump dopo l’attentato in Pennsylvania del 14 luglio scorso. Per l’inviato di Trump, Putin «non è una cattiva persona», e «non vuole conquistare tutto il Vecchio Continente», anzi, ha detto, è un “grande” leader che cerca di porre fineal conflitto in corso da tre anni tra Mosca e Kiev. «Mi è piaciuto. Ho pensato che fosse sincerocon me», ha ribadito Witkoff (https://www.youtube.com/watch?v=acvu2LBumGo).
Ascoltando l’intervista, colpisce l’ottimismo e l’inesperienza dell’inviato di Trump di fronte a una vecchia volpe del KGB quale è Vladimir Putin. Ciò non significa che il presidente americano condivida le impressioni del suo collaboratore. E’ molto difficile entrare nella mente di Trump, per quanto sia più loquace ed estroverso di Putin. La strategia del capo del Cremlino ha però il vantaggio di essere chiara, perché è stata ripetutamente espressa negli ultimi quindici anni. In un’intervista allo stesso Tucker Carlson del 9 febbraio 2024, dopo una lunga lezione di storia, Putin ha sostenuto che fin dalle sue origini l’Ucraina è parte storica della “Grande Russia” e tornerà ad esserlo. In altre occasioni ha indicato come suo modello Stalin, da lui considerato come il patriota che nella Seconda guerra mondiale ha vinto «la grande guerra patriottica» e ha restaurato l’unità della Russia, restituendogli il ruolo di grande potenza. Per raggiungere questo obiettivo, per Stalin era necessario dissipare i timori che gli anglosassoni potessero nutrire circa le sue intenzioni rivoluzionarie. Tra le altre cose, decise perciò che l’Internazionale non sarebbe più stato l’Inno nazionale. Il nuovo inno, musicato da Aleksandr Aleksandrov su parole di Sergej Michalkov e Gabriel El-Registan e trasmesso per la prima volta alla radio russa il 1° gennaio 1944, scandiva il ritornello: «Gloria a te nostra patria libera – baluardo sicuro dell’amicizia dei popoli – voli di vittoria in vittoria la bandiera sovietica, la bandiera nazionale!». Abolita quando il regime sovietico crollò nel 1991, la melodia è stata riadottata da Putin nel 2000 come Inno nazionale della Federazione russa e ne esprime la volontà di potenza.
Come ha spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera” del 25 marzo, l’ex capo del KGB di Mosca, il generale Evgeny Savostyanov, ora in esilio: «Putin accetterà una tregua completa solo quando sarà sicuro di poter raggiungere i suoi grandi obiettivi. Egli vuole assolutamente entrare nella storia come “Il Grande raccoglitore delle terre russe”, colui che ha invertito la disgregazione dell’Impero avviata nel 1867 con la vendita dell’Alaska agli Stati Uniti. Non è solo per sé stesso. L’inclusione in uno Stato unico di Ucraina e Bielorussia gli consentirebbe di aumentare la “sua” popolazione fino a circa 188 milioni, con un ampliamento delle risorse di mobilitazione, del mercato interno di consumo e dei quadri lavorativi. Era una teoria cara al vecchio KGB: più è piccola la Russia, più diventa ingovernabile: Il suo principale obiettivo ha un fondamento sia pratico che ideologico». «L’Europa deve svegliarsi», conclude Savostyanov. Ma il monito vale anche per gli americani.
Fonte: Corrispondenza Romana, 26 marzo 2025.




















